La rocca di Jenne

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Il Castello

(1) "Sulle locandine, sui testi illustrativi e persino sui siti Internet del Parco è dato di leggere l'esistenza a Jenne del Castello della Rocca. Più di un turista, tratto in inganno dall'artificiosa indicazione, ha mostrato giusto disappunto quando di fatto si è poi trovato di fronte solo ad una piccola chiesetta, ossia a ciò che è rimasto dell'antico Castello.

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Tentare di descrivere qualcosa che non c'è più allora diventa arduo per tutti, specialmente quando la documentazione è scarsa o addirittura inesistente.

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Dall'esame dell'affresco e da alcuni resti ancora esistenti in loco, tenendo lo sguardo rivolto alla storia, si può tentare di ricostruirlo.
Giovanni V, figlio di Oddone conte di Sabina e console romano della famiglia dei Crescenzi, assunto il comando del «monasterio» di S. Benedetto nel 1063, dopo aver acquisito ora con astuzia, ora con la forza, i castri di Anticoli, di Gerano e di Cerreto «pensò di acquistar Jenne, che si riteneva da Ildemondo, fratello di Tolomeo Console Romano. Intimò guerra, con l'astuzia ottenne l'espugnazione nel 1079, e quindi lo fortificò maggiormente con una torre (la torre del Castello è quella visibile nell'affresco).

Avvenne però due anni dopo, cioè nel 1081, che l'istesso Ildemondo possessore di Affile desideroso di acquistar Jenne, trovò con loro un traditore, di nottetempo s'introdusse nel Castello, e se ne impossessò: e così Jenne che per tradimento era caduta in mano all'abate, per tradimento lo perdette» (L. Mariani, in Storia di Subiaco e suo distretto Abbaziale).

Ildemondo tuttavia si rese subito conto di non poter resistere alla potenza dell'abate e consegnò il Castello a Bartolomeo figlio del principe di Capua.
Questi alla testa dei suoi armigeri longobardi e normanni tentò una scorreria contro Subiaco e l'Abbazia, ma fu sconfitto e ricac­ciato.
Il Castello di Jenne, dopo la vittoria ricadde in potere dell'abate, che lo rifortificò. Dai fatti storici suesposti, riepilogando, si può dedurre che un embrione di fortilizio doveva essere presente già prima dell'anno 1000; munito ad ovest di una torre, su decisione dell'abate Giovanni V nell'anno 1063, venne poi da questi rifortificato quale avamposto del monastero nell'anno 1079.

Fin qui la storia; ma la struttura, la grandezza, l'imponenza?
Un raffronto tra l'affresco della Rocca abbaziale di Subiaco con le aree libere dei piazzali esistenti, compresa la chiesetta e alcuni resti dei muri perimetrali, fa pensare ad una superficie coperta ap­prossimativa di 300 o 400 metri quadri e più ripiani.

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L'ingresso principale doveva essere a sud, a lato della chiesa antica. Nell'arco maestoso in pietra facente parte e inglobato ora in una abitazione di recente ristrutturazione, non lontana dalla vecchia chiesa, la tradizione fa cadere l'ingresso della scuderia del Castello.
Successivamente, ma siamo nel XII secolo, il Castello fu reso sempre più sicuro e confortevole al punto da ospitare la famiglia di Filippo 11 di Marano. A questi, che aveva sposato una ricca dama di Anagni, la sorella di Ugolino (poi papa Gregorio Imo, il Castello era passato in donazione.
Dalla famiglia di Filippo II ed in questo Castello, intorno all'anno 1190 ebbe i natali Rinaldo II, futuro papa Alessandro IV, il papa di Jenne.
Il fortilizio non deve aver subito danni nelle varie contese fra trebani, campani, barbari e armigeri benedettini: la sua posizione, svettante sulla vallata, persino ad occhi poco esperti mostra ancora oggi quanto difficile doveva essere la conquista.
Difeso da tre parti da strapiombi naturali e da una sola parte, a nord ovest, dalla torre cui forse seguivano boschi insicuri e poco percorribili per la mancanza di strade, esso dominava la vallata come sentinella.

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Qualunque minaccia alla comunità, non solo non poteva sfuggire alla vista dei castellani, ma dava tutto il tempo per organizzare la relativa difesa; lo provarono a proprie spese persino i monaci benedettini, come racconta Livio Mariani nella Storia di Subiaco e suo distretto Abbaziale.
Intorno al 1113, Crescenzio Vescovo alatrino, avendo consegnato il feudo di Jenne «per tradigione» agli anziani di Trevi per il tramite di un suo familiare, suscitò il risentimento dell'abate benedettino Giovanni V. Questi, costernato per l'inattesa intrusione «radunò subito le vecchie coorti, fece leva di nuovi soldati e preparossi alla guerra. Scrive ai trebani richiedendo l'eredità di S. Benedetto, scrive ai jennesi di ritornare all'obbedienza, di non fidarsi dei trebani, dà quali non sarebbero stati salvati da un eccidio.
Tutto però fu inutile: non rimaneva che la via delle armi, e l'armi furono imbrandite. Facile dimostrava l'Abbate ai suoi soldati il conquisto di Jenne: dipingevagli nel suo arringo uomini di manco coraggio, e rozzi montanari: fanatizzavali con benedizioni, e con promesse.
L'assalto fu dei più terribili: giammai fu combattuto più. acremente, e fortemente: si vedeva il furor del fanatico, e il coraggio del disperato: tutto tentano gli assalitori, a tutto accorrono i difensori. Grande è la strage: le grida degli infuriati accrescono il romore delle armi; i gemiti dei feriti rendevan la zuffa più spaventosa.
Durò più ore l'accanito conflitto, finché vedendo l'Abbate le sue truppe chi precipitate dalle scale, chi scannate dai giavellotti, chi avvilite dalla inaspettata, ed insuperabile resistenza, disperando ormai di vittoria suonava la raccolta».

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Può anche non interessare come poi il feudo con il Castello tornò nelle mani del Monastero; ma le vicende successive mostrano chiaramente che i vari abati benedettini lo ebbero sempre nel cuore ora reclamandone il diritto del possesso, ora per la sicurezza che ne derivava al Monastero.
Sempre il Mariani annota che il Castello passato nelle mani della Casa dei Conti (1287) e dei Caetani (1300) «tra tante variazioni di domini, in Genna il Monasterio vi riteneva la prefata rocca, nella quale l'anno 1353, ivi abitava l'Abbate Ademaro homo fiero con sette suoi Monaci per sicurezza della propria persona, e vi stabili la sua residenza Abbaziale che prima era nella Rocca di Subiaco».
Il Castello deve essere andato in rovina per incuria, solo per in­curia, come tanti altri consimili della zona e dell'Italia nei secoli passati.
Tuttavia qualche errore della collettività non deve essere man­cato se è vero, com'è vero, che a metà del sécolo XIX, quando eb­bero inizio i lavori per l'erigenda nuova chiesa, grande parte del materiale del Castello finì nella costruzione della parrocchiale [...].

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(opera di Angelo Canevari 24 agosto 1996)
Il busto bronzeo posto nel piazzale antistante l'antica chiesetta raffigura il Papa Alessandro IV, il papa di Jenne

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(1) (Fratticci G. D., Jenne, Itinerario fra storia, leggenda, costume e curiosità, Ed. Iter - Subiaco RM 2003).